Multitasking: il costo invisibile dell'attenzione
- Matteo Manzi

- 22 gen
- Tempo di lettura: 5 min

Mi sono reso conto che mi ritrovo frequentemente a ripetere (a me stesso e agli altri) la stessa frase: “Una cosa alla volta!”. Ho pensato allora di riflettere su una dicotomia sempre più evidente nel nostro quotidiano. Da un lato, le notifiche incessanti, bombardati da informazioni, la società e le job description ci richiedono di essere performanti su più fronti contemporaneamente, elevando il multitasking a virtù indispensabile. Dall'altro, la realtà biologica del nostro organismo racconta una storia completamente diversa. Viene richiesta la nostra attenzione su più fronti, ma il nostro cervello paga un tributo silenzioso per ogni singolo tentativo di ridirigerla.
L'attenzione, contrariamente a quanto ci piace pensare, non è una risorsa statica o infinita, estendibile con la sola forza di volontà (come affermano alcuni discutibili corsi di self-improvement). È una risorsa metabolica finita, soggetta a precise leggi economiche di spesa e recupero cognitivo.
La biologia dell'attenzione diretta: un serbatoio limitato
Per capire perché ci sentiamo esausti, dobbiamo guardare dentro la "sala macchine" del nostro cervello. Quando ci concentriamo su un compito specifico (es. scrivere un report o studiare un testo complesso) utilizziamo quella che in psicologia ambientale e neuroscienze viene definita Attenzione Diretta (Directed Attention).
Secondo il framework teorico di Kaplan, l'essenza di questo processo non risiede tanto nel "guardare" l'oggetto del nostro interesse, quanto nell'inibire attivamente tutto ciò che non lo è. Mantenere il focus significa sopprimere costantemente stimoli concorrenti, un processo gestito dalla corteccia prefrontale che ha un costo energetico elevato.
Studi recenti condotti presso il Paris Brain Institute hanno ridefinito la "fatica mentale". Non si tratta semplicemente di aver finito il "carburante" (glucosio), ma di un accumulo di "scorie". L'attività cognitiva intensa porta all'accumulo di glutammato, un neurotrasmettitore eccitatorio, negli spazi intersinaptici della corteccia prefrontale laterale (lPFC).
Quando questo accumulo supera la capacità di smaltimento del sistema, il cervello attiva un meccanismo di protezione: la Directed Attention Fatigue (DAF). L'eccesso di glutammato diventa funzionalmente tossico e il cervello impone un "freno metabolico", rendendo ogni ulteriore sforzo inefficiente e portando a sintomi inequivocabili: irritabilità, impulsività, incapacità di pianificare a lungo termine e si cercano gratificazioni immediate.

Il mito del Multitasking: il prezzo del "Switch Cost"
È qui che entra in gioco il grande malinteso del nostro tempo. Nonostante la celebrazione sociale della polivalenza, il multitasking simultaneo è, fisiologicamente parlando, impossibile per compiti che richiedono risorse cognitive superiori. Il cervello umano non opera in parallel processing, ma in serial processing.
Quello che chiamiamo multitasking è in realtà un task switching frenetico e continuo. Passiamo dal compito A al compito B e poi di nuovo ad A. Ogni volta che lo facciamo, il cervello deve "disattivare" le regole del primo compito e "caricare" quelle del secondo (Rule Activation). Questo passaggio impone un tributo cognitivo (switch cost) devastante in termini di performance.
Le evidenze quantitative emerse sono impietose:
Il passaggio continuo tra compiti può causare un crollo del punteggio di performance fino al 55% (Boere et al., 2024).
Ci vogliono in media più di 23 minuti per rifocalizzarsi completamente su un compito dopo un’interruzione (Mark et al., 2008)
Il tasso di errore subisce un incremento drammatico, passando da una media di 0.53 nella condizione di singolo compito a 1.52 in quella multi-tasking: un aumento del ~186% (Boere et al., 2024).
È stato dimostrato che anche un'interruzione di soli 2.8 secondi è sufficiente per raddoppiare il tasso di errore in compiti sequenziali (Altmann et al., 2014).
I lavoratori in uffici vengono interrotti in media ogni 11 minuti (Mark et al., 2005)
A peggiorare il quadro interviene il fenomeno del Residuo Attentivo (Attention Residue), concettualizzato da Sophie Leroy. Quando passiamo rapidamente da un'attività all'altra, la nostra attenzione non si trasferisce mai completamente e istantaneamente. Una parte delle nostre risorse cognitive rimane "incollata" al compito precedente, specialmente se questo non è stato completato (effetto Zeigarnik), riducendo drasticamente la capacità di elaborazione disponibile per il compito attuale.
Questo scenario assume contorni critici in professioni ad alto rischio, come quella sanitaria o nell'aviazione. Qui il multitasking non è una scelta ma spesso una costrizione operativa. Studi recenti (Boere et al., 2024 e Li et al., 2025) hanno evidenziato un meccanismo di "Disimpegno Cognitivo": di fronte a un carico ingestibile causato dal continuo switching, la corteccia prefrontale smette paradossalmente di attivarsi per prevenire il collasso metabolico, portando però a un immediato aumento degli errori procedurali che possono costare vite umane. È paradossale che proprio le professioni che richiedono la massima lucidità siano strutturate in modi che favoriscono l'esaurimento neurobiologico.

L'ambiente come predatore di risorse: il carico cognitivo estraneo
Spesso, però, l'esaurimento non deriva solo da ciò che facciamo, ma da dove lo facciamo. Anche se riuscissimo a lavorare in perfetto monotasking, un ambiente "ostile" continuerebbe a drenare le nostre risorse sotto forma di Carico Cognitivo Estraneo.
L'ambiente moderno è saturo di stressors come rumore di fondo, illuminazione inadeguata e disordine visivo. Il nostro corpo deve gestire questi stimoli per mantenere l'omeostasi, e per farlo attinge dallo stesso serbatoio di energia destinato al lavoro cognitivo.
Un esempio lampante ci arriva da una ricerca fondamentale pubblicata dall'Università di Yale (Morton et al., 2025). Gli studiosi hanno dimostrato che il visual clutter (disordine visivo) non è solo un problema estetico, ma altera l'efficienza del flusso informativo nella corteccia visiva primaria (V1). Il disordine attiva una "soppressione sintonizzata" dei neuroni, costringendo il cervello a un lavoro extra per filtrare il rumore visivo e focalizzarsi sul target.
Allo stesso modo, l'esposizione a rumori di fondo anche moderati (30-60 dBA) costringe a reclutare risorse attenzionali supplementari, elevando i livelli di cortisolo e riducendo la riserva disponibile per il pensiero complesso.
La necessità del ripristino: Soft Fascination e silenzio
Se l'attenzione è quindi una risorsa che si spende, il design dei nostri spazi e delle nostre abitudini deve prevederne la ricarica. Ma attenzione: "fermarsi" non basta. Scrollare i social network durante una pausa non è riposo; è un'ulteriore attività (top-down) che richiede attenzione diretta e inibizione, e che spesso frammenta ulteriormente la nostra memoria prospettica.
Per un vero recupero metabolico serve attivare l'attenzione involontaria (bottom-up), quella che la Attention Restoration Theory (ART) di Kaplan chiama Soft Fascination. Stimoli naturali come il movimento delle fronde, l'acqua o la luce dinamica attirano la nostra attenzione senza richiedere sforzo, permettendo alla corteccia prefrontale di "raffreddarsi".
La scienza conferma l'efficacia di questo approccio con dati biometrici. Studi recenti di neuroimaging (fNIRS) hanno mostrato che le pause in ambienti progettati secondo i principi del Biophilic Design portano a una rapida diminuzione dell'ossiemoglobina nella corteccia prefrontale dorsolaterale (-0.066 μmol/L rispetto a -0.030 μmol/L degli ambienti standard), segnalando un effettivo e misurabile recupero neurale (Youn et al. 2025).

Una necessità neurobiologica
Proteggere la nostra attenzione, voler fare una cosa alla volta, avere la necessità di terminare un compito prima di iniziarne un altro, non è vezzo, ma una necessità neurobiologica. I dati ci dicono chiaramente che non siamo "progettati" per il multitasking e che l'ambiente in cui viviamo ha un impatto diretto sulla nostra chimica cerebrale.
Riconoscere i nostri limiti fisiologici, abbracciando il monotasking e curando la qualità dei nostri spazi per renderli meno ostili al nostro sistema nervoso è il primo passo per smettere di pagare un prezzo cognitivo che non possiamo più permetterci. L'attenzione è una valuta preziosa del nostro tempo: sta a noi decidere come spenderla, gestirla, e soprattutto, come guadagnarla.
