Il senso dimenticato: Odori, smellscape e progettazione multisensoriale

Progettare l’ambiente olfattivo significa governare sorgenti, qualità dell’aria, congruenza e possibilità di scelta. Le evidenze mostrano dove gli odori possono migliorare l’esperienza e perché, senza una strategia, rischiano di produrre l’effetto opposto.
L’olfatto è uno dei primi sistemi sensoriali a diventare operativo: già il neonato riconosce segnali odorosi materni, mentre nell’adulto gli odori possono richiamare ricordi particolarmente vividi ed emotivi. Eppure, quando progettiamo un ambiente, ragioniamo soprattutto per immagini, rumori, temperature e superfici. Dell’odore ci accorgiamo quasi soltanto quando qualcosa non funziona: uno scarico, un materiale emissivo, il cibo alla scrivania, un detergente invadente o l’aria che sembra viziata.
Ma l’olfatto incide sull’esperienza in ogni momento. Quando si parla di smellscape non indichiamo semplicemente ciò che è presente nell’aria, ma l’ambiente olfattivo percepito e interpretato dalle persone: insieme alle sorgenti contano intensità, durata, familiarità, memoria, aspettative e contesto (Xiao et al., 2021). Progettare lo smellscape significa occuparsi di una relazione, non semplicemente scegliere una fragranza che noi riteniamo piacevole.
Un’aria che “profuma di pulito” non è necessariamente pulita o sana, così come un odore sgradevole non segnala automaticamente un rischio sanitario. La qualità percepita dell’aria, o PAQ, descrive il giudizio dell’utente; la qualità chimica, o IAQ, riguarda contaminanti, particelle, composti volatili e ventilazione. Sono dimensioni collegate, ma non sovrapponibili: negli uffici la soddisfazione dipende anche da materiali, densità, attività e possibilità di controllare l’ambiente (Torriani et al., 2024; Torriani et al., 2025). Da questa separazione dovrebbe iniziare qualsiasi progetto olfattivo.
Un odore non esiste mai da solo

Percepiamo ogni odore dentro una configurazione di stimoli. Un aroma può sembrare coerente o estraneo rispetto a ciò che vediamo, al luogo, alle attività e persino alla musica; può piacere perché familiare o infastidire proprio perché riconoscibile. Con uno stimolo continuo la sensibilità tende inoltre a ridursi, per adattamento e abituazione, ma la sostanza non scompare dall’aria e chi entra la percepisce diversamente da chi è nella stanza da un’ora.
Il legno rende evidente il carattere multisensoriale della percezione. Le evidenze suggeriscono un effetto ristorativo della sua presenza visiva negli interni, ma le ricerche recenti indicano inoltre che l’esperienza potrebbe dipendere dalla coerenza tra vista e olfatto: il contesto visivo modifica familiarità e piacevolezza attribuite agli odori del legno (Butter et al., 2025) e, in un esperimento con cinquanta partecipanti, pareti lignee virtuali associate all’odore di pino hanno favorito il recupero percepito più dello stimolo olfattivo isolato (Jyske et al., 2026). Non prova che “il profumo di legno rilassa tutti”, ma suggerisce che la congruenza può contare quanto il singolo stimolo.
Anche “naturale” viene spesso usato come se contenesse già un giudizio positivo. Terra bagnata, animali, muffe e decomposizione sono naturali, ma non universalmente piacevoli; piacevolezza, origine e salubrità restano proprietà diverse. Una nota lignea può rafforzare la lettura dei materiali presenti, ma introdurla senza coerenza, alla stessa intensità e per tutto il giorno trasforma facilmente una qualità sottile in sovraccarico sensoriale.
Prima di aggiungere, bisogna togliere

La prima forma di progettazione olfattiva che bisognerebbe adottare è capire da dove arrivano gli odori indesiderati e perché raggiungono le persone. Servono materiali a basse emissioni, ventilazione e manutenzione adeguate, separazione tra funzioni incompatibili, gestione di rifiuti e aree ristoro, controllo dell’umidità e pulizie che non sostituiscano un problema con un altro. Occorre lavorare su sorgenti, percorsi e tempi di esposizione: profumare prima significa, nella migliore delle ipotesi, sovrapporre due segnali.
I servizi igienici sono il caso più evidente. Un diffusore non corregge scarichi difettosi, ventilazione insufficiente o pulizia inadeguata; li maschera, spesso producendo una miscela ancora meno accettabile. Solo dopo avere eliminato le cause una fragranza lieve può contribuire alla percezione del luogo, anche alla sua identità, senza diventare l’alibi olfattivo di un bagno indecente. Lo stesso vale per reception e spazi di passaggio: prima si verifica l’aria, poi si valuta se aggiungere uno stimolo.
Molti oli essenziali emettono terpeni che, reagendo con ossidanti indoor, possono contribuire alla formazione di formaldeide e aerosol organico secondario (Milhem et al., 2020). Non significa che ogni diffusore produca automaticamente un rischio rilevante: contano quantità, ventilazione, durata e chimica del contesto. Significa però che “naturale”, “gradevole” e “buona qualità dell’aria” non sono sinonimi. La PAQ va verificata con gli utenti e la IAQ con misure adeguate; il naso non può svolgere entrambi i compiti.
Quando il profumo funziona: la lezione del retail

Il settore nel quale l’uso intenzionale delle fragranze dispone delle evidenze quantitative più solide non è quello degli uffici, ma il retail e i servizi. Una meta-analisi su 64 articoli, 71 campioni e oltre 15.000 partecipanti mostra che una profumazione ambientale piacevole può migliorare valutazioni, intenzioni, memoria dell’esperienza, permanenza e comportamento d’acquisto (Roschk e Hosseinpour, 2020). Per la spesa l’incremento medio stimato è di circa il 3%, un numero modesto ma tutt’altro che irrilevante su grandi volumi.
Il dato più utile, tuttavia, è la sua variabilità. Nelle combinazioni meno favorevoli il modello arriva a prevedere un effetto negativo intorno al 17%, mentre in quelle migliori raggiunge circa il 23%. Non basta dunque che il profumo sia giudicato piacevole: deve essere riconoscibile senza risultare invadente, coerente con il servizio, familiare al pubblico e compatibile con gli altri segnali sensoriali. Una fragranza tropicale in un negozio di costumi può rafforzare l’esperienza; la stessa fragranza in uno studio notarile rischia di sembrare semplicemente fuori posto. Nel marketing olfattivo, insomma, il contesto non è una correzione marginale dell’effetto: è una parte dell’effetto.
I risultati non si trasferiscono automaticamente dal negozio all’ufficio, dove cambiano obiettivi, permanenza e possibilità di sottrarsi allo stimolo. Offrono però un criterio per gli spazi a contatto con il pubblico. Sulla soglia, presso un desk o in un punto del percorso, una nota localizzata può accompagnare materiali e identità senza trasformare l’intera hall in una nube di sandalo: non una diffusione uniforme e permanente, ma un episodio controllato, percepito durante il passaggio e destinato a dissolversi poco dopo.
Lavanda, ansia e scorciatoie neuroscientifiche

La lavanda è probabilmente il caso più noto, ma anche quello nel quale conviene usare le parole con precisione. Revisioni sistematiche e meta-analisi indicano che l’inalazione può ridurre l’ansia acuta misurata con scale validate, in particolare in alcuni contesti clinici e preoperatori (Donelli et al., 2019; Guo et al., 2020). Non si tratta quindi di liquidare il risultato come inconsistente: il segnale esiste ed è abbastanza ampio da meritare attenzione.
Il limite sta nel passaggio successivo. Un’esposizione breve, associata a una procedura e somministrata a persone consapevoli del contesto non equivale a profumare continuativamente un ufficio; ridurre l’ansia situazionale non significa ridurre genericamente lo “stress”, aumentare la produttività o migliorare il benessere di chiunque. La conclusione ragionevole è circoscritta ma utilizzabile: la lavanda può avere un effetto ansiolitico in determinate condizioni, che vanno progettate e verificate invece di essere trasformate in una proprietà universale dell’essenza.
Una cautela analoga riguarda gli studi neuroscientifici. Variazioni nell’elettroencefalogramma, nella frequenza cardiaca, nella variabilità cardiaca o nella conduttanza cutanea dimostrano che uno stimolo è stato elaborato e ha prodotto una risposta fisiologica; da sole non dimostrano che la persona stia meglio, che abbia recuperato risorse attentive o che l’ambiente sia ristorativo. Il cervello che reagisce non è necessariamente un cervello che sta meglio. Per collegare un segnale biologico al benessere servono protocolli robusti, misure soggettive coerenti, confronti adeguati e risultati replicati: altrimenti il biomarcatore diventa una scorciatoia retorica più che una prova.
Non edifici profumati, ma ambienti olfattivamente consapevoli

La conclusione non è che gli odori siano troppo soggettivi per essere progettati. È quasi il contrario: proprio perché influenzano memoria, valutazione e comportamento, e proprio perché non possiamo chiudere il naso con la facilità con cui distogliamo lo sguardo, meritano un progetto più accurato. L’obiettivo non dovrebbe essere un edificio che profuma, ma un ambiente olfattivamente leggibile, nel quale le sorgenti indesiderate siano controllate e quelle intenzionali abbiano una funzione esplicita.
Questo comporta intensità bassa, diffusione limitata, coerenza con materiali e attività, test con utenti reali e possibilità di rimozione. La variabilità individuale non è un dettaglio: circa metà delle persone con emicrania riferisce osmofobia e i profumi sono tra i trigger più citati (Briggs et al., 2025). Non serve vietare qualsiasi odore, ma evitare esposizioni obbligatorie e indiscriminate negli ambienti di lunga permanenza.
Una stanza chiusa destinata al rilassamento individuale offre, per esempio, condizioni molto diverse da un open space: l’utente potrebbe scegliere se attivare un diffusore, selezionare una fragranza tra poche alternative o non usarne nessuna, mentre il ricambio d’aria riporterebbe lo spazio a una condizione neutra tra un utilizzo e l’altro. In questo caso la possibilità di scelta non è un accessorio, ma parte del progetto e probabilmente parte dell’effetto, perché restituisce controllo sull’esperienza.
Progettare l’olfatto significa dunque stabilire che cosa eliminare, che cosa lasciare emergere e, solo alla fine, che cosa introdurre. Significa riconoscere l’odore del legno quando appartiene davvero al luogo, usare una fragranza commerciale quando sostiene un’esperienza verificabile e rinunciarvi quando diventerebbe soltanto rumore sensoriale. La domanda utile non è “quale profumo fa stare bene?”, ma “quale esperienza olfattiva è coerente con questo spazio, per queste persone, e chi può decidere di sottrarsene?”.
