Domotica e restorative design: possono convivere?
La domotica promette di semplificare la vita. Partendo dalla mia esperienza, esploro come possa convivere con il restorative design, tra comfort, controllo e lavoro di gestione.

Oltre a occuparmi di benessere negli spazi, sono un appassionato di tecnologia e domotica. Eppure, in una casa che non era stata pensata per integrare questi sistemi, mi ritrovo sempre a gestire decine di app, interfacce impossibili (dico a te Govee) e dispositivi che comunicano male tra loro. Per ottenere le automazioni desiderate devo programmare, fare prove e risolvere personalmente problemi ricorrenti e mi chiedo come faccia una persona anche solo leggermente meno testarda di me a non arrendersi.
È un’esperienza che a volte complica e rende frustrante ciò che dovrebbe semplificare. L’insieme mi appare ancora frammentato e poco maturo nell’uso quotidiano; per ora, ne riconosco più facilmente l’utilità nella gestione dei consumi che nel miglioramento complessivo dell’abitare.
È da questa esperienza personale che nasce il mio interesse per il rapporto con il restorative design, cioè la progettazione orientata a sostenere il recupero dallo stress e dall’affaticamento mentale. Il gradimento di uno spazio, la sua comodità e la possibilità di recuperarvi energie sono aspetti collegati, ma non equivalenti: apprezzare un ambiente non dimostra, da solo, che quell’ambiente favorisca il recupero.
Per valutare la compatibilità con la domotica, dunque, considero anche le richieste che un sistema introduce nella vita quotidiana. La regolazione automatica di luce e temperatura può essere una risorsa; il suo valore va però esaminato insieme all’attenzione necessaria per impostarla, comprenderla e correggerla. Questo criterio riguarda tanto gli impianti complessi quanto le automazioni più semplici, che possono funzionare anche senza assistenti vocali o intelligenza artificiale.
Luce e comfort: dove l’automazione può aiutare

La gestione della luce offre un esempio concreto. Una schermatura può intervenire quando il sole produce un abbagliamento sgradito, ma la scelta progettuale deve considerare anche la luce che rimane disponibile e la vista verso l’esterno. Limitarsi a chiudere una tenda al raggiungimento di una soglia risolve soltanto una parte del problema: occorre capire che cosa succede alla persona e all’attività che sta svolgendo.
Una revisione sistematica sulla luce diurna negli interni ha esaminato 33 studi, trovando risultati promettenti per alcuni esiti rigenerativi, insieme a numerosi risultati nulli. La varietà degli studi e delle misure impediva una stima complessiva dell’effetto e molte ricerche erano osservazionali. È un sostegno prudente all’attenzione progettuale per la luce naturale, che lascia ancora da verificare l’efficacia delle singole soluzioni automatiche. Karaman Madan et al., 2024.
Anche la regolazione termica può beneficiare della possibilità di adattare le condizioni alle preferenze individuali. Una revisione sui sistemi personali di controllo ambientale riporta miglioramenti del comfort per diverse soluzioni locali di riscaldamento, raffrescamento e ventilazione, con effetti dipendenti dal dispositivo e dalle condizioni di partenza. La sintesi comprende tecnologie diverse dalla domotica domestica e molta ricerca in condizioni controllate: trasferirne i risultati a un’intera abitazione richiede cautela. Khovalyg et al., 2025.
Queste possibilità suggeriscono un ruolo utile dell’automazione nella gestione ambientale. Per parlare anche di recupero psicologico serve un passaggio ulteriore: verificare un esito coerente con quella promessa, evitando di usare il comfort come sua dimostrazione indiretta.
Il lavoro che una casa connessa può aggiungere

La mia esperienza riguarda soprattutto l’integrazione progressiva di prodotti diversi. Ogni dispositivo può offrire una funzione interessante, mentre il loro insieme mi richiede di comprendere logiche differenti, impostare collegamenti e controllare che le regole continuino a funzionare. Il vantaggio della singola funzione rischia così di diventare poco rappresentativo del lavoro richiesto dalla casa nel suo complesso.
Anche la ricerca sull’uso domestico ha osservato questo lavoro di adattamento. Hargreaves e colleghi hanno seguito dieci famiglie per nove mesi, documentando quanto l’introduzione di tecnologie connesse potesse richiedere apprendimento e modifiche delle abitudini. I percorsi erano diversi: alcune funzionalità venivano integrate nella quotidianità, altre risultavano difficili da utilizzare o venivano accantonate. Il campione ridotto e le tecnologie del periodo non permettono di descrivere tutto il mercato attuale, ma aiutano a riconoscere il lavoro che l’adozione può comportare. Hargreaves et al., 2018.
Nel diario di venti mesi analizzato da Aagaard e colleghi compare un episodio significativo: un’automazione delle luci smette di funzionare perché la regola impostata vale soltanto per un giorno. La ricercatrice comprende il problema contattando l’assistenza. È un singolo caso, che non misura quanto sia diffusa questa difficoltà, ma rende concreto il lavoro necessario per capire le condizioni di funzionamento di una regola apparentemente semplice. Aagaard et al., 2023.
Da qui ricavo una conseguenza progettuale: nel valutare un sistema distinguerei lo sforzo iniziale dalla gestione che rimane necessaria. Imparare una procedura una volta e dover risolvere regolarmente un malfunzionamento hanno un peso diverso. Considererei anche come questo lavoro si distribuisce tra gli abitanti: se soltanto chi ha configurato l’impianto riesce a modificarlo, gli altri dipendono dalla sua disponibilità per intervenire sull’ambiente domestico.
Automatizzare mantenendo la possibilità di scegliere

Per rendere la domotica compatibile con un intento rigenerativo, partirei dalle attività che le persone vogliono svolgere e dalle difficoltà che intendono ridurre. Anche in un’abitazione esistente si può progettare l’integrazione prima di aggiungere altri dispositivi, definendo quali funzioni debbano coordinarsi, quali comandi restino accessibili e chi si occupi dell’assistenza. La casa già costruita pone vincoli concreti, che meritano di entrare nella scelta iniziale.
Centralizzare i comandi può aiutare, ma la qualità dell’interfaccia rimane decisiva: riunire molte funzioni in un’unica app conserva la complessità se per accendere una luce occorre attraversare diversi menu. Per me, la semplicità dovrebbe essere valutata sull’azione effettiva, considerando anche chi usa raramente quel comando o non ha partecipato alla configurazione. Ne ho parlato anche con alcuni UI/UX designer, esprimendo la mia frustrazione nel trovare, persino nei prodotti di grandi aziende, interfacce che considero controintuitive e visivamente respingenti, con un linguaggio grafico che sembra fermo a decenni fa.
Conta poi la possibilità di comprendere e modificare gli automatismi. Immaginiamo che una schermatura si abbassi durante la lettura: chi la rialza dovrebbe sapere se la modifica rimarrà valida o se il sistema la annullerà subito dopo. Una correzione che viene continuamente sovrascritta rende difficile persino capire quale comando abbia la precedenza.
La possibilità di scegliere può convivere con una ridotta necessità di intervenire. Proporrei quindi comandi semplici per sospendere o modificare le regole, insieme a una verifica delle situazioni meno ordinarie: ospiti, cambi di orario, chiusura di uno spazio per lunghi periodi, indisponibilità della connessione. Nella scelta dei sensori considererei anche quali informazioni raccolgano e se siano necessarie alla funzione desiderata. Vista la giusta attenzione al giorno d’oggi verso la raccolta dei dati.
Valutare l’esperienza oltre i dati dell’impianto

La gestione dei consumi offre un obiettivo più circoscritto: osservare quando si utilizza energia e gestire gli impianti secondo determinate esigenze rende più concreto ciò che si vuole ottenere. Per valutare un eventuale risparmio servono comunque confronti che considerino clima, posizionamento geografico, occupazione e modalità d’uso.
Per l’esperienza dell’abitare occorre definire obiettivi altrettanto riconoscibili. Verificherei quanto sia facile modificare un’impostazione, quante correzioni siano necessarie e quali attività continuino a essere interrotte. Affiancherei questi riscontri alle misure ambientali, perché una temperatura conforme agli obiettivi del sistema non è detto che coincida con la valutazione di chi vive nella stanza.
Questo approccio trova un riferimento nel WELL Building Standard, un quadro che affronta salute e benessere negli edifici. IWBI, l’organizzazione che lo sviluppa, include nel WELL Performance Rating sia il monitoraggio delle condizioni ambientali sia il riscontro dell’esperienza degli occupanti. Si tratta di un riferimento operativo, distinto dalla dimostrazione di un effetto rigenerativo della domotica. Per un’azienda interessata a questi temi, la mia competenza come WELL AP può sostenere l’analisi delle esigenze e la definizione degli obiettivi, anche nella valutazione di un eventuale percorso WELL.
Ritengo quindi che domotica e restorative design possano convivere, se il progetto considera anche il lavoro richiesto a chi abita. Vorrei che il tempo necessario per far funzionare un sistema entrasse nella valutazione della sua qualità quanto le funzioni disponibili. Poter leggere, riposare o lasciare per un po’ il telefono senza dover correggere il comportamento della casa è un risultato concreto da perseguire e verificare.
