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Biofilia, metriche e certificazioni: che cosa stiamo misurando e perché?

  • 19 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Una metrica è utile quando risponde a una domanda precisa. Spazio, esposizione ed effetti sugli occupanti richiedono misure diverse.


Confronto tra un edificio inserito in una griglia di requisiti verificabili e un occupante associato a risposte variabili di percezione, attenzione, stress e benessere.

Immaginiamo due uffici. Nel primo molte piante sono concentrate negli ingressi e nelle aree di passaggio, dove le persone rimangono pochi minuti; nel secondo ce ne sono meno, ma dalle postazioni si vedono alcuni alberi, la luce naturale è tanto intensa da surriscaldare gli ambienti e abbagliare i dipendenti e durante le pause si può uscire in uno spazio verde. Quale dei due è più biofilico?


La risposta dipende da che cosa contiamo: il numero di piante favorirebbe il primo, mentre l’esposizione quotidiana e la varietà delle esperienze potrebbero favorire il secondo. Per capire quale ambiente riduca maggiormente lo stress o sostenga meglio la concentrazione, dovremmo raccogliere dati sugli occupanti, perché la domanda iniziale contiene almeno tre oggetti diversi: le caratteristiche dello spazio, l’esposizione delle persone e gli effetti prodotti, reali e percepiti.


La ricerca di una scala unica è comprensibile: progettisti e aziende devono confrontare alternative, fissare obiettivi, controllare gli interventi e giustificare gli investimenti, mentre la ricerca richiede metriche e dati quantitativi. Anche le certificazioni hanno bisogno di criteri applicabili e verificabili; occorre però capire quale informazione produca ogni metrica, senza attribuirle un significato più ampio.


Prima della scala viene la domanda


Diagramma su tre livelli che distingue caratteristiche fisiche dell’ambiente, esposizione effettiva dell’occupante ed effetti su restoratività, attenzione e stress fisiologico.

“Quanto è biofilico questo ambiente?” sembra una domanda chiara, ma può indicare obiettivi molto diversi: controllare la presenza di determinate caratteristiche, stimare la natura percepibile dagli utenti, confrontare due progetti oppure verificare se, dopo un intervento, sia cambiata l’esperienza degli occupanti. Prima di cercare una scala bisognerebbe quindi stabilire quale domanda ci interessa davvero.


La metrica cambia insieme all’obiettivo. Un inventario può registrare il numero di piante; una misura geometrica, la porzione di verde visibile da una postazione; questionari e indicatori fisiologici, la risposta delle persone. Tutte queste misure sono legittime, purché non vengano considerate intercambiabili: tra i tre livelli esistono a volte correlazioni plausibili, ma il primo non consente di dedurre automaticamente gli altri due e correlazione non implica causalità.


La difficoltà aumenta quando caratteristiche diverse vengono sommate in un unico indice. Una vista naturale, una pianta, una superficie in legno e l’accesso a un giardino possono ricevere punti, pur agendo attraverso meccanismi e intensità non equivalenti. Il totale sintetizza il progetto e permette di confrontarlo con altri casi valutati attraverso lo stesso sistema, ma dice poco sulla qualità specifica dell’esperienza e sugli elementi che hanno inciso maggiormente.


Per questa ragione non ritengo scientificamente solida l’idea di una scala universale capace di ordinare qualsiasi ambiente dal “meno” al “più” biofilico. Mi sembra più realistico trattare la biofilia come un insieme di dimensioni, alcune quantificabili con una buona precisione e altre legate alla percezione, al contesto e al comportamento degli utenti. Ridurle a un numero rimane possibile e, in molti casi, necessario; bisogna però sempre aver presente che quel numero rappresenta una scelta metodologica, non una proprietà naturale dell’ambiente.


La biofilia non ha una dose unica


Tre versioni dello stesso interno, da quasi privo di natura a molto ricco di vegetazione, attraversate da curve dose-risposta differenti e non lineari.

Una scala lineare suggerisce che aggiungere natura produca benefici progressivamente maggiori, come se ogni elemento aumentasse il benessere nella stessa misura. La ricerca restituisce un quadro più complesso: gli effetti dipendono dal tipo e dalla quantità dello stimolo, dal tempo di esposizione, dal compito, dal contesto e dalle caratteristiche individuali. Anche l’esito scelto modifica la risposta: preferenza, restoratività percepita, stress fisiologico e prestazione cognitiva possono seguire andamenti differenti, spesso a U invertita.


Una revisione del 2025 (Zhang, Z. e Andersen, M.) ha analizzato 62 studi controllati sugli stimoli biofilici visivi, riscontrando una forte eterogeneità nelle modalità di esposizione e nelle metriche. Soltanto il 23% degli studi riportava le dimensioni dell’effetto, rendendo difficile confrontarne l’intensità; le risposte soggettive apparivano generalmente più coerenti, mentre quelle cognitive e fisiologiche erano più condizionate dal contesto sperimentale.


Nello stesso anno, uno studio su 412 partecipanti (Bianchi, E. e Billington, S. L.) ha variato la quantità di verde e legno in undici sale riunioni simulate. Una presenza di verde intorno al 20% era associata alle risposte più favorevoli per restoratività percepita e senso di appartenenza, mentre la configurazione più ricca, con circa il 60% complessivo di verde e legno, registrava il maggiore aumento dello stress tra quelle esaminate.


Ma trasformare il 20% in una soglia progettuale sarebbe però un errore molto simile a quello che stiamo cercando di evitare. L’esperimento utilizzava ambienti digitali, riguardava una specifica tipologia di spazio e misurava particolari risposte psicologiche, quindi non identifica una percentuale ottimale universale. Mostra piuttosto che la relazione dose-risposta deve essere studiata e può raggiungere un punto di saturazione, dipendere dalla composizione dello spazio o cambiare in base all’esito osservato.


Che cosa misura una finestra?


Sezione di un ufficio con finestra apribile che mostra vista, luce diretta verso l’occhio, flussi d’aria, rumore e particelle provenienti dall’esterno.

Una finestra mostra il problema in modo concreto: può essere conteggiata come superficie, valutata per la luce che lascia entrare, utilizzata per ventilare oppure considerata per la vista che offre. Lo stesso elemento partecipa a fenomeni diversi, ciascuno dei quali richiede metriche specifiche.


La superficie finestrata è semplice da calcolare e ha una relazione generale con l’ingresso teorico di luce naturale, ma l’esposizione dipende anche da orientamento, profondità del locale, schermature, vetri, ostacoli esterni, posizione della postazione e orario. Per gli effetti circadiani contano intensità e composizione spettrale della luce che raggiunge l’occhio, insieme alla durata e momento dell’esposizione: il rapporto tra finestra e pavimento e invece una misura melanopica all’occhio rispondono quindi a domande differenti.


Un problema analogo riguarda le superfici apribili. Una finestra ampia aumenta il potenziale di ventilazione naturale, ma la sua area non coincide con il ricambio d’aria effettivo, che varia in funzione di vento, differenze di pressione e temperatura, disposizione delle aperture e comportamento degli utenti. Contano anche i dB e la qualità dell’aria esterna: aprire le finestre può ridurre la CO₂ interna e insieme favorire l’ingresso di rumore e particelle.


Due edifici dotati di finestre analoghe possono produrre condizioni molto diverse e due persone presenti nello stesso edificio possono ricevere esposizioni differenti. Questa distinzione aiuta a evitare un equivoco frequente: la presenza di un razionale scientifico generale non convalida automaticamente ogni soluzione tecnica e ogni soglia applicativa. La luce influenza i ritmi circadiani, ma da questa evidenza non discende la validità di qualsiasi requisito sulla luce; allo stesso modo, le viste naturali possono favorire il recupero attentivo senza che tutte le viste, le distanze e le durate di esposizione diventino per questo equivalenti.


Che cosa può dirci una certificazione


Interno di lavoro con vegetazione, vista sugli alberi e sovrapposizioni grafiche che rappresentano misure dello spazio, dell’esposizione e delle risposte umane.

Una certificazione deve arrivare a una decisione ripetibile e, per riuscirci, seleziona alcune dimensioni, stabilisce criteri e definisce quando un requisito può essere considerato soddisfatto. Questa semplificazione ha una funzione precisa, perché permette di portare la biofilia fuori dalle dichiarazioni generiche e di inserirla in un processo documentabile, nel quale gli obiettivi possono essere comunicati, verificati e sottoposti a un controllo esterno.


Sistemi come WELL, LEED e Living Building Challenge affrontano la relazione tra ambiente e natura attraverso strutture, pesi e livelli di approfondimento differenti. Il nuovo GBC Edifici Biofili introduce ora in Italia una certificazione dedicata, articolata negli ambiti “Rifugio” e “Risorse”, rendendo particolarmente attuale la discussione sulle metriche; il problema, tuttavia, non riguarda uno specifico protocollo, perché interessa qualsiasi tentativo di trasformare conoscenze scientifiche eterogenee in requisiti abbastanza chiari da poter essere applicati a edifici diversi.


Il punteggio finale indica quanto un progetto aderisce al modello scelto, permette confronti interni al sistema, orienta il gruppo di lavoro e, quando prevista, offre una verifica di terza parte. Senza dati aggiuntivi non consente però di stabilire l’entità dei benefici ottenuti dagli occupanti, né di comprendere quali requisiti abbiano contribuito maggiormente agli eventuali cambiamenti osservati.


Questo non rende inutile la certificazione, che può fissare una base comune, impedire che alcuni aspetti vengano ignorati e riconoscere formalmente il lavoro svolto. Restano però aperte le domande dell’organizzazione: quali interventi meritano priorità, quali gruppi ne beneficiano, quali criticità persistono e che cosa è cambiato dopo l’intervento.


La necessità di misurare per prendere decisioni


Processo circolare in quattro fasi: osservazione di base, intervento biofilico mirato, misurazione post-intervento, regolazione e affinamento dell’ambiente di lavoro.

Se l’obiettivo è migliorare realmente un ambiente, il punteggio dovrebbe rappresentare l’inizio della verifica, non la sua conclusione. Prima dell’intervento occorre definire le criticità e soltanto dopo scegliere le metriche e le soluzioni più coerenti.


Una valutazione essenziale può combinare la ricognizione dello spazio, la stima dell’esposizione effettiva e un numero limitato di esiti pertinenti, evitando di raccogliere dati che non contribuiscono a nessuna decisione precisa. Questionari, dati ambientali e osservazioni d’uso vanno quindi selezionati in funzione del progetto, delle persone coinvolte e dei cambiamenti che si intende produrre.


Il confronto pre e post intervento aggiunge un’informazione che il requisito progettuale, da solo, non può fornire. Presenta limiti metodologici e richiede attenzione alla stagione, ai cambiamenti organizzativi, alla composizione del campione e ai tempi di rilevazione, ma permette comunque di capire se la soluzione adottata sta producendo l’effetto atteso, se ha generato conseguenze impreviste e se necessita di correzioni.


Per un’azienda, questo approccio consente anche di decidere con maggiore criterio se perseguire una certificazione completa, prepararsi gradualmente oppure intervenire su problemi circoscritti. Il riconoscimento formale può avere un valore reputazionale e organizzativo, mentre un intervento mirato può risultare più adatto quando risorse e obiettivi sono specifici; la consulenza indipendente serve a chiarire questa scelta, evitare che il progetto venga guidato soltanto dalla possibilità di ottenere punti e predisporre una verifica coerente con le esigenze reali.


Probabilmente non avremo presto una misura unica e definitiva della biofilia, e non credo che sia l’obiettivo più utile. Servono metriche trasparenti rispetto a ciò che osservano, abbastanza vicine all’esposizione reale e scelte in funzione delle decisioni da prendere, perché un numero può semplificare il confronto, ma la qualità del progetto dipende da come quel numero è stato costruito e da ciò che siamo ancora disposti a verificare al di fuori del punteggio.



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