Educare "con" la natura o "alla" natura? Una riflessione critica
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Il crescente interesse per il Biophilic Design negli spazi scolastici rappresenta senza dubbio uno dei segnali più incoraggianti dell'architettura contemporanea. Riconoscere che l'ambiente fisico non è un contenitore neutro, ma un agente attivo capace di influenzare l'apprendimento, il benessere psicofisico e la sensibilità ecologica delle nuove generazioni è un passo fondamentale verso una scuola, e futuri adulti più consapevoli.
È con questo spirito positivo e curioso che mi sono avvicinato alla lettura di "EDEN - Educare (ne)gli spazi con le piante" di Beate Weyland (Corraini Edizioni, 2022). Il volume, nato da un progetto di ricerca della Libera Università di Bolzano, si pone l'obiettivo lodevole di trasformare le aule in "hub verdi", promuovendo un contatto diretto tra bambini e mondo vegetale. Tuttavia, procedendo nella lettura, l'entusiasmo iniziale ha lasciato spazio ad alcune perplessità quando ho notato che una buona parte del libro, infatti, proponeva attività ludico-disciplinari direttamente con l''utilizzo delle piante indoor. Sebbene l'intento pedagogico di avvicinare i più piccoli alla natura penso sia totalmente encomiabile, il metodo proposto mi ha sollevato interrogativi che possono meritare una riflessione approfondita. La mia critica non vuole essere stilistica, ma si concentra su tre aspetti sostanziali che rischiano di compromettere l'efficacia stessa del messaggio educativo: la validità scientifica di alcune premesse, la fisiologia vegetale e l'etica della relazione con il vivente.
Il mito della "Purificazione dell'Aria" e il rigore scientifico
Uno degli argomenti utilizzati nel testo per giustificare la presenza massiccia di piante in aula riguarda la loro capacità di purificare l'aria indoor. Si tratta di una narrazione affascinante e molto diffusa, purtroppo basata su un'interpretazione parziale della letteratura scientifica che è doveroso rettificare. Il riferimento implicito è quasi sempre allo storico Clean Air Study della NASA (1989), che dimostrò l'efficacia delle piante nel rimuovere composti organici volatili (VOC). Tuttavia, quel test avvenne in condizioni di laboratorio: camere stagne sigillate e filtri a carboni attivi che forzavano il passaggio dell'aria attraverso il substrato radicale.
La realtà di un'aula scolastica è ben diversa. Studi recenti, tra cui la meta-analisi di Cummings & Waring (2020) pubblicata sul Journal of Exposure Science & Environmental Epidemiology, hanno dimostrato che in ambienti reali il tasso di ricambio d'aria naturale o meccanico sovrasta di diversi ordini di grandezza la capacità di assorbimento fogliare. Per eguagliare l'effetto di purificazione di un paio di finestre aperte o di un sistema VMC standard, servirebbero tra le 10 e le 1000 piante per metro quadrato. Perpetuare il mito della "pianta-filtro" è rischioso: costruisce aspettative irrealistiche su dati deboli e fa perdere di credibilità scientifica il settore. Il valore del verde a scuola risiede altrove, come nel recupero dell'attenzione (ART - Attention Restoration Theory), nella riduzione del cortisolo, nel comfort visivo ecc, come viene giustamente sottolineato anche nel testo, e non necessita di giustificazioni pseudo-scientifiche che rischiano di crollare alla prima verifica tecnica.

Fisiologia Vegetale: tra manipolazione e stress
La seconda criticità emerge dalle attività pratiche suggerite. L'approccio del libro incoraggia una manipolazione abbastanza costante del verde indoor: spostare i vasi per l'aula, decorare rami e foglie, interagire fisicamente con la pianta come parte del gioco didattico. Dal punto di vista della fisiologia vegetale, questo approccio ignora il fenomeno della tigmomorfogenesi. Le piante sono organismi sessili che percepiscono il tocco ripetuto come uno stress meccanico, reagendo con un dispendio energetico che inibisce la crescita e attiva risposte di difesa.
Inoltre, suggerire di spostare le piante costringe l'organismo a un continuo sforzo di adattamento. Una pianta impiega energie preziose per il fototropismo, riorientando foglie e cloroplasti per massimizzare la cattura della luce. In un ambiente indoor, dove la radiazione luminosa è spesso già ai limiti della sopravvivenza (spesso sotto i 500-1000 lux), imporre un continuo riadattamento spaziale significa condannare la pianta al deperimento per esaurimento delle riserve. Insegnare a trattare un essere vivente come un oggetto d'arredo mobile, ignorandone i bisogni biologici basilari, trasmette un messaggio diseducativo proprio sul piano della cura che si vorrebbe promuovere.

Etica e Pedagogia: Bio-utilitarismo vs Bio-centrismo
Qui arriviamo al cuore della riflessione. Proporre la pianta come "strumento" ludico, come qualcosa da agghindare, spostare o manipolare per il divertimento umano, tradisce una visione ancora profondamente antropocentrica. Se applicassimo lo stesso metodo al regno animale, l'errore sarebbe evidente: nessuno riterrebbe educativo insegnare il rispetto per gli animali suggerendo ai bambini di vestire un criceto o dipingere il guscio di una tartaruga. Perché con le piante questo è accettabile?
Trattare il vegetale come un giocattolo non combatte la Plant Blindness (la nostra incapacità di vedere le piante come esseri viventi), ma paradossalmente la rinforza. Il bambino impara che la natura è disponibile per lui, per il suo intrattenimento, e non che è un'alterità con dignità propria. Se muore pazienza, se ne compra un’altra. Il passaggio necessario è dal Bio-utilitarismo (la pianta serve a me) al Bio-centrismo (la pianta vive e io la rispetto). La vera educazione ecologica non sta nel dominio, ma nel riconoscimento dell'autonomia dell'altro.

Una proposta costruttiva: osservare, non possedere
Come educare, dunque, alla natura? L'alternativa penso risieda nel recupero dell'osservazione e della pazienza. Invece di portare la natura in classe per trasformarla in oggetto di gioco, dovremmo portare la classe nella foresta, o progettare spazi esterni dove la natura possa esprimersi liberamente.
L'educazione credo dovrebbe vertere soprattutto sull'osservazione in situ: studiare il ciclo delle stagioni, le interazioni tra pianta e insetti, la complessità del sottobosco. La pianta insegna la lentezza, il radicamento, la reazione silenziosa ma tenace all'ambiente. In un mondo iper-stimolato e veloce, la vera lezione "restorative" per un bambino è imparare a guardare senza toccare, a rispettare i tempi biologici senza forzarli, a custodire senza possedere.
Sebbene il libro citi esempi virtuosi di progettazione partecipata e assolutamente da imitare (come il caso della Facoltà di Scienze della Formazione di Bressanone), è necessario che il mondo della pedagogia e quello del design biofilico dialoghino con maggior rigore scientifico. Progettare con la natura significa prima di tutto conoscerne e rispettarne le leggi biologiche. Penso che solo rispettando la pianta come soggetto vivente, e non come oggetto didattico, possiamo sperare che essa restituisca quel benessere profondo che cerchiamo.
