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Case roventi e città minerali: il caldo come stressor ambientale e problema progettuale

  • 12 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min
Ondate di calore, edifici surriscaldati e città minerali mostrano quanto il comfort termico sia ormai una questione sanitaria, progettuale e urbana.

Strada urbana assolata con asfalto, edifici residenziali e uffici esposti al sole, poche zone d’ombra e persone che camminano nel caldo estivo.

Secondo l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), il cambiamento climatico causato dall’uomo sta già intensificando molti eventi estremi, incluse le ondate di calore proprie del periodo (più intense e più frequenti). L’Europa in particolare, si sta riscaldando a un ritmo circa doppio rispetto alla media globale. Nel 2024, secondo i dati del Lancet Countdown, l’Italia è al primo posto per numero assoluto di decessi correlati al caldo.


Per fare chiarezza con la terminologia: L’“ondata di calore” non coincide semplicemente con qualche giorno caldo, ma con un accumulo di calore in giorni e notti successivi, spesso aggravato da umidità elevata, forte irraggiamento e assenza di ventilazione.


Per questo il caldo va considerato come un fattore ambientale cruciale e non solo discomfort. È una condizione che può sovraccaricare il corpo, ridurre il recupero, alterare la qualità del sonno, peggiorare la performance cognitiva e aumentare il rischio sanitario, soprattutto quando gli edifici e le città non sono progettati per proteggere le persone.


Cosa succede quando il caldo stressa corpo e mente


Persona seduta a una scrivania in una stanza calda e poco ventilata, con luce solare intensa, bottiglia d’acqua e segni di affaticamento.

Il primo livello di impatto è fisiologico. Quando l’ambiente è troppo caldo, soprattutto se l’umidità è elevata o manca ventilazione, la dissipazione del calore diventa più difficile. Il sistema cardiovascolare lavora di più, aumenta il flusso di sangue verso la pelle, la sudorazione e il rischio di disidratazione. Nei casi più gravi si può arrivare a crampi, sincope, esaurimento da calore e colpo di calore.


Le evidenze più solide riguardano mortalità, stress cardiovascolare, disidratazione, danno renale e infortuni lavorativi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima circa 489.000 decessi attribuibili al caldo ogni anno nel periodo 2000–2019, con il 36% in Europa.


Le persone più vulnerabili sono anziani, bambini, persone con patologie croniche, persone che assumono alcuni farmaci, lavoratori esposti e persone che vivono in condizioni di povertà energetica. Ovviamente anche persone sane e attive possono sperimentare affaticamento, peggioramento del sonno, riduzione della vigilanza e maggiore difficoltà a sostenere compiti prolungati.


Il sonno è uno degli aspetti più importanti e sottovalutati. Temperature indoor e outdoor più elevate sono generalmente associate a una peggiore qualità e quantità del sonno. Questo significa che il problema non si esaurisce durante il giorno: se la casa non si raffresca di notte, il corpo non recupera e il giorno successivo parte già in condizioni di maggiore vulnerabilità.


Gli effetti cognitivi sono più complessi da quantificare, ma il quadro generale è coerente. Il caldo può peggiorare attenzione, vigilanza, tempi di risposta, memoria di lavoro e decision-making, soprattutto quando l’esposizione è prolungata e il compito richiede concentrazione sostenuta. Una meta-analisi del 2025 indica che temperature sopra i 25 °C, tendono a peggiorare soprattutto i tempi di risposta e la performance nei compiti cognitivamente più impegnativi, in particolare dopo esposizioni superiori a un’ora.


Il caldo non rende automaticamente incapaci di lavorare o pensare, ma aumenta il costo psicofisiologico del compito. Una parte delle risorse viene assorbita dalla regolazione interna, dalla fatica, dal disagio e dalla sonnolenza. Il risultato può essere una performance più lenta, meno stabile, più faticosa e più esposta a errori, soprattutto nei lavori complessi, nei contesti educativi, negli ambienti sanitari e nelle attività che richiedono attenzione continuativa.



Quando gli ambienti indoor diventano termicamente ostili


Interni diversi esposti al surriscaldamento, tra cui appartamento all’ultimo piano, ufficio vetrato, aula scolastica e negozio con grande vetrata esposta al sole

Purtroppo stare al chiuso non significa automaticamente essere protetti. Una casa all’ultimo piano, un ufficio molto vetrato, una scuola senza schermature, un negozio con grandi superfici esposte, una stanza con molte apparecchiature elettroniche o un ambiente densamente occupato possono diventare spazi termicamente ostili.


Il problema non è solo la temperatura esterna, ma il modo in cui l’edificio assorbe, trattiene e rilascia calore. L’esposizione solare, l’orientamento, la qualità dell’involucro esterno, la tipologia di finiture interne, la presenza o assenza di schermature, la possibilità di ventilare, la massa termica e il comportamento degli occupanti determinano quanto uno spazio riesca a restare abitabile durante un’ondata di calore.


Il surriscaldamento indoor è particolarmente insidioso perché può persistere anche quando all’esterno la temperatura inizia a scendere. Gli edifici accumulano calore durante il giorno e lo rilasciano lentamente nelle ore serali e notturne. Se la ventilazione notturna è insufficiente, se l’aria esterna resta troppo calda, se c’è rumore, inquinamento o scarsa sicurezza che impedisce di aprire le finestre, l’edificio non riesce a scaricare il calore accumulato.


Progettare il fresco dentro gli edifici


Edificio progettato per il comfort estivo con schermature solari, vegetazione ombreggiante, finestre aperte, patio verde e materiali naturali.

Il raffrescamento attivo (aria condizionata) è essenziale in molti contesti, come ospedali, RSA, abitazioni di persone fragili e spazi ad alto rischio, ma se diventa l’unica strategia, produce almeno tre problemi: aumenta la domanda energetica e i blackout, accentua le disuguaglianze tra chi può permetterselo e chi no, e contribuisce al calore di scarto urbano.


La progettazione termo-resiliente richiede invece una combinazione di strategie passive, adattive e microclimatiche.


La prima strategia è ridurre i guadagni solari prima che entrino nell’edificio. Le schermature esterne, come persiane, frangisole, tende tecniche e sistemi ombreggianti, sono in genere più efficaci delle sole schermature interne, perché intercettano la radiazione prima che attraversi il vetro o colpisca le superfici.


La ventilazione naturale e la ventilazione incrociata possono contribuire alla dissipazione del calore, ma funzionano davvero solo quando esiste un gradiente favorevole tra interno ed esterno. La ventilazione notturna è spesso più efficace di quella diurna, perché può scaricare il calore accumulato nelle strutture e nell’aria interna. Tuttavia, perde efficacia quando le notti restano molto calde, oppure quando rumore, sicurezza e inquinamento impediscono l’apertura delle finestre.


Isolamento e massa termica vanno interpretati con cautela. Un edificio ben isolato può proteggere dal calore esterno, ma se riceve molta radiazione solare, produce molti carichi interni e non riesce a raffrescarsi di notte.


Alcune soluzioni di copertura hanno evidenze interessanti. I cool roofs, grazie alla maggiore riflettanza, riducono l’assorbimento solare e possono abbassare sia le temperature superficiali sia quelle indoor. I tetti verdi possono contribuire attraverso ombreggiamento, evaporazione e isolamento, ma la loro efficacia varia molto in base a substrato, irrigazione, manutenzione, carico strutturale e clima.


Accanto alle soluzioni edilizie, come ci insegna il protocollo WELL, servono policy adattive e organizzative. Nei luoghi di lavoro questo significa pause in aree fresche, accesso all’acqua, flessibilità oraria, riduzione dei compiti più gravosi nelle ore critiche, controllo locale del microclima, dress code coerente con la stagione e attenzione particolare ai soggetti più vulnerabili.


Infine, le strategie biofiliche hanno senso quando agiscono davvero sul clima dello spazio. Non basta aggiungere piante indoor e aspettarsi un raffrescamento significativo. Il verde diventa rilevante quando produce ombra, riduce l’irraggiamento, protegge facciate e finestre, contribuisce all’evapotraspirazione e migliora il microclima attorno all’edificio: pergolati, cortili verdi, alberature vicine alle superfici esposte, tetti e facciate verdi ben progettati, suoli permeabili e presenza d’acqua dove climaticamente e gestionalmente possibile.


Il problema fuori dalla finestra: isole di calore e città minerali


Confronto tra uno spazio urbano minerale esposto al sole e una versione più verde, ombreggiata e permeabile dello stesso ambiente.

Ora concedetemi una piccola e forse scontata invettiva. Le città stanno amplificando il calore attraverso materiali, densità, morfologia e mancanza di vegetazione. Asfalto, cemento e superfici scure assorbono radiazione durante il giorno e rilasciano calore lentamente. La scarsità di alberi riduce ombra ed evapotraspirazione. L’impermeabilizzazione del suolo impedisce all’acqua di infiltrarsi e contribuire al raffrescamento. Traffico, impianti e climatizzatori aggiungono calore antropico.


Il risultato è l’isola di calore urbana. Secondo il Joint Research Centre della Commissione Europea, le città possono essere mediamente 4–6 °C più calde delle aree vicine, con picchi fino a 10 °C. Questo non è un dettaglio ma definisce il livello di rischio a cui è esposta la popolazione cittadina.


La soluzione più efficiente non è raffrescare gli edifici uno per uno. Serve intervenire sullo spazio urbano. De-asfaltare, de-cementificare e restituire permeabilità al suolo sono strategie di adattamento climatico urgenti. Lo stesso vale per piantare alberi dove producono ombra reale: marciapiedi, fermate, parcheggi, cortili scolastici, piazze, percorsi pedonali, ingressi degli edifici e facciate esposte.


L’infrastruttura verde è una delle strategie più solide per mitigare il caldo urbano. Gli alberi raffrescano attraverso ombra ed evapotraspirazione; parchi, pocket parks e corridoi verdi possono creare reti di microclimi più favorevoli; cortili verdi e superfici permeabili riducono l’accumulo di calore e migliorano la gestione dell’acqua (oltre ai benefici cognitivi che ben sappiamo).


I cool pavements possono ridurre la temperatura superficiale rispetto ai materiali convenzionali, ma se aumentano troppo la riflessione verso il corpo umano e non sono accompagnati da ombra, possono peggiorare il comfort radiativo dei pedoni.


Il punto è che le città non sono calde solo perché il clima cambia. Sono calde anche perché le abbiamo rese minerali, impermeabili e prive di ombra. Abbiamo sigillato il suolo, eliminato superfici vegetali, progettato gigantesche piazze dure, parcheggi, strade senza alberi e fermate esposte al sole.


Il comfort termico come salute progettata


Il comfort termico è una condizione di salute, sicurezza, lucidità e partecipazione alla vita quotidiana. Se una casa non consente di dormire, se una scuola rende più difficile apprendere, se un ufficio aumenta fatica ed errori, se una fermata dell’autobus diventa impraticabile, non siamo davanti a un semplice disagio stagionale. Siamo davanti a un fallimento progettuale.


Il caldo estremo dimostra come gli ambienti costruiti possono proteggere o aggravare l’esposizione. Possono ridurre il carico sulle persone oppure aumentarlo. Possono offrire ombra, ventilazione, recupero e controllo, oppure imporre ulteriore stress a corpi già affaticati.


Per questo la risposta deve essere integrata. Negli edifici servono schermature, ventilazione, controllo solare, gestione dei carichi interni, strategie passive, raffrescamento efficiente e misure organizzative. Nelle città servono alberi, ombra, suoli permeabili, infrastrutture verdi e blu, meno asfalto e più attenzione al microclima reale vissuto dalle persone.


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