Al Wave di Torino, il benessere incontra le nuove idee
Tre realtà conosciute al Wave by Vento raccontano modi diversi di ripensare il benessere quotidiano, fra idratazione, vita lavorativa e rapporto con la tecnologia.

Dal 7 al 9 ottobre, le OGR di Torino hanno ospitato Wave by Vento, l'evento dedicato all'innovazione tecnologica e all'imprenditorialità, conosciuto fino allo scorso anno come Italian Tech Week. Tre giornate di conferenze, incontri, progetti e soprattutto persone, accomunate dalla voglia di trasformare le proprie idee in qualcosa di concreto.
Ho partecipato con una certa curiosità, anche perché il mondo delle startup non è quello che frequento abitualmente. Eppure, al di là dei grandi nomi sul palco e delle prospettive tecnologiche più ambiziose, è stata proprio l'atmosfera dell'evento a sorprendermi (e galvanizzarmi, devo ammettere).
Ho trovato un ambiente particolarmente vivace e socievole, nel quale avvicinare un progetto, fare domande e confrontarsi direttamente con chi lo sta sviluppando risultava estremamente naturale. Nessuno che sentisse il bisogno di mostrare i muscoli o di tenersi le carte troppo coperte. Delle vibes molto diverse da quelle che ho ricavato in alcune manifestazioni professionali più tradizionali, dove il confronto tende talvolta a essere più formale e meno spontaneo. Probabilmente ha contribuito anche la presenza di tanti giovani e giovanissimi, desiderosi non soltanto di presentare le proprie idee, ma anche di ascoltare.
Tra i numerosi progetti presenti, tre hanno attirato particolarmente la mia attenzione per un motivo piuttosto semplice: pur proponendo prodotti molto diversi, tutti affrontano aspetti del benessere quotidiano che considero interessanti anche dal punto di vista della psicologia ambientale e della progettazione.
Non si tratta assolutamente di una recensione, né di una valutazione delle loro effettive prestazioni, per la quale servirebbero esperienze e informazioni ben più estese. Vorrei piuttosto raccontare cosa mi ha colpito di queste realtà dopo aver chiacchierato con loro e condividere alcune riflessioni nate proprio da questo confronto.
Flaskk: ripensare il gesto più semplice

Bere acqua durante la giornata lavorativa dovrebbe essere un'abitudine scontata, eppure non sempre le prestiamo la giusta attenzione. È da questa considerazione che parte l'interesse per Flaskk, una giovane realtà che ha deciso di ripensare il tradizionale erogatore d'acqua per gli ambienti di lavoro.
Il loro dispenser, dal design particolarmente curato, permette di scegliere tra acqua naturale o frizzante e diverse preparazioni aromatizzate, arricchite con vitamine e sali minerali. Temperatura e intensità del gusto sono personalizzabili, mentre un sistema digitale consente di monitorare i consumi e gli obiettivi personali di idratazione.
Quello che trovo interessante è soprattutto l'attenzione all'esperienza complessiva. Un comportamento salutare può essere incoraggiato anche rendendolo più gradevole e immediato, senza affidarsi esclusivamente alla capacità delle persone di ricordarsi ciò che dovrebbero fare.
Durante la presentazione ho avuto modo di conoscere meglio le preparazioni proposte e l'attenzione dedicata alla loro composizione. Ho anche notato come alcuni gusti non incontrassero necessariamente le aspettative di tutti, probabilmente perché un'acqua delicatamente aromatizzata può essere percepita in maniera diversa da chi si aspetta una vera e propria bevanda. Un piccolo aspetto che mostra quanto la comunicazione del prodotto possa influenzarne l'esperienza.
Apprezzo inoltre l'integrazione con le borracce riutilizzabili, che permette di ridurre il ricorso alle bottiglie monouso, e l'idea di utilizzare i dati raccolti per offrire alle aziende una visione aggregata dei consumi.
Naturalmente ci sono dettagli ancora perfezionabili. La mia borraccia, ad esempio, era troppo alta per entrare nell'alloggiamento del dispenser: un inconveniente banale, ma che ricorda quanto anche le dimensioni fisiche degli oggetti possano influire sull'accessibilità di un prodotto. Mi piacerebbe inoltre vedere sviluppata ulteriormente la componente digitale, magari con promemoria discreti e personalizzabili che aiutino a mantenere una buona abitudine senza trasformarsi nell'ennesima fonte di notifiche.
Nel complesso, Flaskk mi ha colpito per la capacità di dedicare attenzione progettuale a un gesto quotidiano spesso trascurato, cercando di renderlo più piacevole e sostenibile.
Hivescore: dare voce al benessere organizzativo

Se Flaskk interviene su un comportamento specifico, Hivescore affronta una questione decisamente più ampia: comprendere il benessere delle persone all'interno delle organizzazioni. Ambizioso, ci piace!
L'idea è sviluppare una piattaforma che permetta ai dipendenti di registrare, attraverso brevi interazioni quotidiane, informazioni relative a diverse dimensioni della propria esperienza. Non soltanto stress o soddisfazione lavorativa, quindi, ma anche abitudini, mobilità, formazione, partecipazione e altri comportamenti che contribuiscono a descrivere il rapporto tra persone e organizzazione.
Le informazioni sono destinate a essere elaborate in forma anonima e aggregata, per offrire alla dirigenza strumenti utili a individuare criticità, osservare tendenze e orientare eventuali interventi.
Ho trovato particolarmente interessante l'attenzione dedicata al coinvolgimento dei dipendenti. Il sistema prevede infatti meccanismi premianti legati alla partecipazione, non al raggiungimento di determinati risultati di benessere, come mi è stato spiegato durante il nostro confronto.
È una distinzione tutt'altro che secondaria. Se una persona venisse premiata per dichiararsi felice, soddisfatta o poco stressata, potrebbe essere incentivata a fornire risposte artificialmente positive, compromettendo proprio l'attendibilità delle informazioni che si vorrebbero raccogliere. Premiare la partecipazione non elimina ogni possibile distorsione, ma evita almeno di incoraggiare direttamente questo comportamento.
Un altro aspetto che apprezzo è la volontà di restituire valore anche al singolo lavoratore, offrendo uno strumento personale di monitoraggio senza costi a suo carico. La raccolta delle informazioni acquista così una possibile utilità individuale, oltre a quella organizzativa.
Il progetto è certamente ambizioso. Le dimensioni considerate sono numerose e il team punta a mantenere l'interazione quotidiana al di sotto di un minuto, un obiettivo interessante ma non semplice da conciliare con la ricchezza delle informazioni che si vorrebbero raccogliere.
La sfida, a mio avviso, sarà soprattutto individuare quali indicatori siano realmente significativi e come interpretarli senza ridurre un fenomeno complesso come il benessere a un semplice punteggio. Per questo considero particolarmente importante la fase di sperimentazione con le aziende, sulla quale il team si sta già muovendo.
Rimane un'idea che trovo promettente: offrire alle organizzazioni la possibilità di ascoltare con maggiore continuità le persone, anziché affidarsi esclusivamente a rilevazioni occasionali, e utilizzare quanto emerge per progettare condizioni lavorative migliori.
Detouch: quando è lo spazio a proteggerci dalle distrazioni

Il terzo progetto è forse quello che mi ha incuriosito maggiormente per il rapporto diretto che propone tra ambiente fisico e comportamento digitale.
Detouch nasce dall'intuizione di un gruppo di ragazzi molto giovani, che hanno deciso di affrontare uno dei problemi più caratteristici della nostra quotidianità: la difficoltà di sottrarsi alle continue distrazioni offerte dagli smartphone.
La loro soluzione combina un piccolo dispositivo fisico, chiamato Beacon, con un'applicazione dedicata. L'idea è consentire allo smartphone di riconoscere automaticamente determinati ambienti e attivare le restrizioni digitali precedentemente impostate, per poi ripristinare il normale funzionamento quando ci si allontana.
Un sistema che, almeno nelle intenzioni, potrebbe permettere di entrare in uno spazio destinato alla concentrazione senza dover ogni volta ricordarsi di silenziare notifiche o bloccare applicazioni.
È proprio questo l'aspetto che considero più interessante. Molti strumenti digitali richiedono una decisione volontaria e ripetuta: dobbiamo ricordarci di attivarli e, soprattutto, resistere alla tentazione di disattivarli. Detouch cerca invece di ridurre questo passaggio, associando un comportamento digitale alle caratteristiche dello spazio nel quale ci troviamo.
In termini progettuali è un'intuizione stimolante, perché riconosce all'ambiente un ruolo attivo nel facilitare determinati comportamenti.
Naturalmente, soprattutto pensando a una possibile applicazione negli uffici, ritengo essenziale che la gestione delle restrizioni rimanga nelle mani delle persone. Una tecnologia che aiuta volontariamente a proteggere l'attenzione può essere percepita in maniera molto diversa da un sistema imposto dall'organizzazione. La possibilità di scegliere quando e come utilizzarla dovrebbe quindi essere parte integrante dell'esperienza.
Restano inoltre da affrontare sfide tecniche importanti, legate all'integrazione con i diversi sistemi operativi e alla gestione delle autorizzazioni. Ma proprio per questo ho apprezzato il confronto con i ragazzi, che mi sono sembrati consapevoli delle difficoltà e determinati a trovare soluzioni praticabili.
Tre progetti diversi, una sensibilità comune

Ripensando alla mia esperienza al Wave, ciò che accomuna maggiormente queste tre realtà non è una particolare tecnologia e nemmeno il settore nel quale operano. È piuttosto l'attenzione rivolta a comportamenti, abitudini ed esigenze delle persone che spesso rimangono sullo sfondo dei processi di innovazione.
Flaskk prova a rendere più piacevole e accessibile un'abitudine salutare; Hivescore cerca di offrire strumenti per comprendere meglio l'esperienza lavorativa; Detouch esplora la possibilità di ridurre le distrazioni attraverso una relazione più consapevole tra ambiente fisico e digitale.
Sono progetti diversi, con livelli di maturità e sfide differenti. Saranno l'esperienza degli utenti, le sperimentazioni e la capacità di adattarsi ai contesti reali a determinarne l'effettiva utilità. Sarebbe prematuro attribuire loro risultati che devono ancora essere dimostrati, ma sarebbe altrettanto riduttivo non riconoscere il valore delle questioni che stanno cercando di affrontare.
Personalmente, è stata soprattutto la disponibilità al confronto a lasciarmi un’ottima sensazione. Ho incontrato persone giovani (forse loro pensavano che lo fossi anch’io, ma ahimè), entusiaste delle proprie idee, ma anche interessate a discuterle, ascoltare osservazioni e immaginare possibili miglioramenti.
In un settore come quello del benessere, nel quale non mancano soluzioni presentate come innovative senza che sia sempre chiaro quale problema concreto intendano risolvere, vedere nascere progetti attenti all'esperienza quotidiana delle persone è incoraggiante.
Sono tornato dal Wave con qualche contatto interessante, parecchia stanchezza ma diverse idee sulle quali riflettere e, soprattutto, la sensazione di aver incontrato una generazione di progettisti e imprenditori che ha voglia di mettersi in gioco.
E forse è proprio questa la cosa che dà valore a tutta l’esperienza.
